Deserti abitati: dalla spiaggia alle sabbie profonde

La serata di venerdì 21 novembre 2025, organizzata da Fano Università del Mare e La Lupus in Fabula, è stata un’occasione unica per scoprire che i sedimenti sabbiosi sono microcosmi pullulanti di vita, al contrario di quanto si potrebbe pensare. 

A guidarci in questa esplorazione sono stati il Prof. Carlo Cerrano (UNIVPM), i film-makers Davide De Benedictis e Claudio Valerio, e la voce narrante di Lucia Ferrati (Le Voci dei Libri), che ha saputo tessere il filo conduttore della serata attraverso letture tratte dal libro La vita che brilla sulla riva del mare, di Rachel Carson, zoologa e biologa statunitense che si occupò, a metà del secolo scorso, divulgò le proprie conoscenze sull’ambiente marino attraverso testi narrativi. 

Sabbie millenarie 

La prima lettura ci ha proiettato sul bagnasciuga, luogo che Rachel Carson descrive come un mondo in perenne movimento e difficile da vivere, poiché costantemente pervaso dalle onde e rimodellato dalle maree. Prendendo spunto da questo passo, il prof. Cerrano ha spiegato che le spiagge registrano cambiamenti avvenuti nell’arco di milioni di anni: ogni granello di sabbia deriva dalla frammentazione di rocce o di materiali di origine biologica come gusci e conchiglie, i cui frammenti sono stati levigati e trasportati fino al mare. 

Il microcosmo della battigia

Rappresentato dalla meiofauna, il microcosmo della battigia è costituito da microrganismi che abitano la zona interstiziale e vivono tra i granelli di sabbia. Tra questi, organismi unicellulari, acari, crostacei, insetti e larve, tutti impercettibili a occhio nudo. Le specie che popolano questo micromondo hanno evoluto adattamenti straordinari per sfruttare al meglio le risorse di un ambiente che, apparentemente inospitale, è in realtà ricco di microscopici esseri viventi, tasselli fondamentali dell’ecosistema spiaggia. 

Vita sotto la sabbia

Proseguendo il nostro viaggio dalla battigia verso l’acqua antistante, il prof. Cerrano ci ha guidati alla scoperta del “lombrico del mare”, l’Arenicola che – come il lombrico nella terra – scava tunnel a forma di U sotto la sabbia, invisibili agli occhi dei passanti. Filtrando la sabbia come il lombrico filtra il terreno, l’Arenicola si nutre di particelle organiche ed espelle sabbia particolarmente arricchita sotto forma di feci, svolgendo un ruolo chiave nel sostegno della rete trofica locale. 

Altri organismi che sfruttano l’ambiente sabbioso per cibarsi sono i Naticidi, molluschi gasteropodi specializzati nella predazione di bivalvi. Si muovono lentamente sotto la superficie del sedimento alla ricerca delle loro prede e, una volta individuate, utilizzano la radula, una lingua dotata di dentelli, per forare la conchiglia del bivalve e mangiarne il contenuto.

Attenendosi alla lettura, il professore ci ha poi spiegato il ruolo fondamentale degli spatangi, antichi ricci di mare dotati di morbidi aculei adatti a scavare gallerie nella sabbia, permettendo all’ossigeno di penetrare in profondità nei sedimenti, attraverso un processo chiamato “bioturbazione”. 

Biocostruzioni a policheti 

La lettura di Lucia Ferrati ci ha infine permesso di immergerci pochi metri sotto la superficie dell’acqua, descrivendo le biocostruzioni a policheti, strutture rigide costituite da migliaia di tubi calcarei creati da “vermi” marini, come quelli della famiglia Sabellariidae. Dopo aver selezionato minuziosamente le particelle sedimentarie, questi policheti le agglomerano attorno al proprio corpo per generare un rifugio sicuro. Grazie all’aggregazione dei singoli individui, le biocostruzioni possono raggiungere notevoli dimensioni e assumere una struttura “simile a un alveare”, come scrive Rachel Carson. Il professor Cerrano ci ha ricordato che oggi, seppur in forte declino, queste biocostruzioni sono protette a livello europeo per la loro importanza ecologica: oltre a filtrare l’acqua di mare, creano vere e proprie “oasi” in ambienti sabbiosi omogenei, offrendo habitat di riferimento per molte altre specie e aumentando l’eterogeneità ambientale e la complessità ecosistemica.

Habitat da tutelare 

La serata si è conclusa con la visione di un inedito girato dai due film-maker ospiti. Valerio e De Benedictis hanno realizzato un video rappresentativo della biodiversità marina tipica della zona costiera del Monte Conero (AN). L’Adriatico settentrionale, essendo ricco di materia organica grazie alle numerose foci fluviali, ospita infatti molte specie animali e vegetali adattate a condizioni ambientali particolari. Le riprese subacquee sono state essenziali per prendere coscienza della grande diversità locale di animali marini che sfruttano i bassi fondali sabbiosi per svilupparsi, cacciare e riprodursi. 

Questi fondali, sebbene rappresentino il 41% delle coste italiane, sono ancora meno tutelati rispetto alle scogliere, che coprono il restante 59%. Il professor Cerrano ha quindi sottolineato l’urgenza di cambiare mentalità; quei fondali mobili, apparentemente poco interessanti, svolgono in realtà funzioni ecosistemiche vitali: filtrano l’acqua, riciclano nutrienti e offrono riparo agli stadi giovanili di moltissime specie. 

Considerarli “deserti senza vita” giustifica ancora troppo spesso comportamenti dannosi e scarsa protezione; riconoscerli come “deserti abitati” è dunque il primo passo per iniziare a tutelarli davvero.

Lascia un commento