Tra Scienza e Memoria all’Aperitivo Scientifico di Fano
Cosa succede quando la precisione della biologia marina incontra le mani callose e lo sguardo lucido di chi il mare lo solca da quarant’anni? Giovedì scorso, nella cornice del Bar J di Marina dei Cesari, si è tenuto un nuovo appuntamento di FanoUniMar. L’evento, intitolato “Esiste la pesca sostenibile?”, ha visto come protagonista la dott.ssa Sara Biancardi, ma è stato il racconto di un pescatore locale a scuotere profondamente la platea.
Due mondi, un solo obiettivo
Se la dott.ssa Biancardi ha delineato le sfide ecologiche e la necessità di un nuovo equilibrio tra prelievo di risorse e salute degli ecosistemi, la voce della realtà è arrivata da un’intervista esclusiva rilasciata a margine dell’incontro.
Indossando una mimetica che sembra quasi una divisa da “resistente del mare”, un veterano della piccola pesca locale ha condiviso una riflessione amara ma necessaria sulla trasformazione dell’Adriatico.
“Veder morire il mio mare, che poi è il mare di tutti, mi dà veramente fastidio. Ci ho vissuto per 40 anni.”
Il passaggio dalle reti tradizionali alle “catene”
Il cuore della sua testimonianza si è concentrato sull’evoluzione tecnologica della pesca, non sempre amica dell’ambiente. Il pescatore ha tracciato una distinzione netta tra i metodi del passato e quelli attuali:
- La pesca tradizionale: “Vero, le reti a strascico toccano il fondo, ma quello che prendevamo e ributtavamo in mare restava vivo. La fauna e la flora rimanevano attive.”
- Le “reti americane”: Il grido d’allarme riguarda l’uso di pesanti catene che raschiano il fondale. “Queste catene, con l’impatto che hanno su flora e fauna, fanno tabula rasa. Non pescano tutto, ma uccidono tutto ciò che colpiscono.”
Un ecosistema sotto attacco
Secondo il testimone, l’impatto di questi metodi invasivi è devastante. Parla di “denti” meccanici che penetrano nel fondale per 4-5 centimetri, sradicando ogni forma di vita: dai vermi marini alle rane pescatrici.
“Molte qualità di pesce stanno scomparendo proprio per quell’impatto,” spiega con la voce rotta dal dispiacere. “Stanno rovinando l’habitat. E una volta rovinato l’habitat, i pesci non vivono più. Anno dopo anno, vediamo una diminuzione che arriva anche al 50-60%.”
Verso una vera sostenibilità: rimediare agli errori
In conclusione, è possibile una pesca davvero sostenibile? La risposta non è univoca, ma risiede nella capacità di ammettere i fallimenti del passato. Per decenni, una certa parte della ricerca scientifica e delle politiche industriali ha avallato metodi di prelievo invasivi, spesso ignorando i segnali d’allarme degli operatori del settore per assecondare logiche di mercato immediate.
Oggi, tuttavia, la scienza è pienamente consapevole di questa urgenza. Le rigide normative europee spingono verso il ripristino degli habitat degradati, ma le leggi da sole non bastano. La vera sfida per il futuro è disegnare strategie condivise: la biologia marina non può più prescindere dal sapere empirico di chi vive il mare. Solo un’alleanza onesta tra il rigore dei dati e l’esperienza dei pescatori potrà fermare lo scempio e permettere all’Adriatico di rigenerarsi, trasformando la pesca da attività di sfruttamento a gestione consapevole di un bene comune.
