A spasso per le foreste marine: un viaggio tra biodiversità e delicati equilibri

L’ultimo aperitivo scientifico di FanoUniMar per la stagione 2025-2026 si è tenuto giovedì 14 maggio alle ore 18:30 a Fano, presso il bar “Al J” di Marina dei Cesari. A guidare l’evento è stata la biologa ed ecologa marina Claudia Campanini, attualmente dottoranda nel Laboratorio di Zoologia Marina dell’Università Politecnica delle Marche (UNIVPM). Portando la sua esperienza nel mondo della ricerca e della subacquea, la Dott.ssa Campanini ha offerto al pubblico una spiegazione dettagliata sulla composizione biologica e sulle relazioni ecologiche che persistono tra gli organismi delle foreste marine. 

Due mondi a confronto: terraferma e ambiente marino

Le foreste marine rappresentano a tutti gli effetti la controparte subacquea dei boschi terrestri, ma si muovono su dinamiche biologiche profondamente diverse. Sulla terraferma, le piante costituiscono la biomassa principale, mentre in mare la luce penetra solo fino a circa 200 metri di profondità, ponendo un limite rigido alla fotosintesi e confinandola alle zone superficiali. Inoltre, a differenza degli animali terrestri che devono cacciare attivamente per sopravvivere, molti organismi marini si sono adattati a vivere ancorati al substrato: sfruttano l’acqua come un vero e proprio “nastro trasportatore” che distribuisce continuamente nutrienti e prede “a domicilio”.

La biodiversità sommersa: alghe, piante e animali

Non tutte le foreste marine sono uguali; le dividiamo in tre grandi categorie:

  • Le foreste algali, come le foreste di kelp (alghe brune del genere Laminaria) capaci di crescere a ritmi vertiginosi, creando habitat tridimensionali complessi.
  • Le praterie di piante marine, come la Posidonia oceanica, dotate di radici, foglie, fiori e frutti.
  • Le foreste animali marine, dalle più famose come le barriere coralline tropicali, alle foreste di gorgonie, corallo rosso e coralli neri. Queste ultime in particolare, si trovano anche nel Mar Mediterraneo.

Le foreste marine profonde

Spingendosi oltre i 60 metri di profondità si incontrano ecosistemi ancora poco esplorati, come le foreste di corallo nero. Questi organismi sono caratterizzati da uno scheletro interno di colore scuro, rivestito da tessuti viventi dalle tonalità solitamente chiare.

Studiare questi ambienti estremi richiede tecnologie all’avanguardia: gli scienziati utilizzano i ROV (Remotely Operated Vehicles) e sistemi di time-lapse subacquei. Questi strumenti consentono di catturare immagini eccezionali e monitorare eventi rari, come il rilascio dei gameti, contribuendo enormemente alla ricerca scientifica.

E quali sono le loro funzioni ecosistemiche?

La presenza di queste foreste garantisce servizi fondamentali, non solo per il mare ma anche per l’uomo.

Tra le funzioni ecosistemiche principali troviamo:

  • Stabilizzazione dei fondali e protezione delle coste dall’erosione
  • Ossigenazione dell’acqua e stoccaggio del carbonio in eccesso
  • Creazione di rifugi naturali per numerose specie, sostenendo la biodiversità e le risorse ittiche globali.

Anche da una prospettiva puramente antropocentrica ed economica, tutelare questi habitat è vantaggioso: favoriscono il turismo e mantengono l’acqua pulita grazie ai naturali processi di filtrazione degli organismi che le popolano.

Le minacce umane e climatiche

Purtroppo, le foreste marine stanno affrontando un grave declino a causa di molteplici fattori di disturbo. L’inquinamento, l’impatto delle ancore e la pesca a strascico rappresentano pericoli quotidiani. 

La minaccia più complessa rimane comunque il cambiamento climatico. Le ondate di calore subacquee provocano episodi di mortalità di massa nelle specie meno tolleranti a sbalzi termici improvvisi, mentre l’acidificazione degli oceani ostacola la calcificazione e la crescita degli scheletri dei coralli.

Funzioni ecologiche ed equilibri ecosistemici

Un approccio possibile per lo studio degli habitat è quello funzionale, che si occupa di individuare le diverse funzioni delle specie e quindi il loro contributo nell’equilibrio dell’ecosistema.

Per esempio, la scomparsa di una delle cosiddette specie chiave può innescare un effetto a cascata, portando al collasso dell’intera comunità. Una volta distrutti, questi antichi habitat possono impiegare decenni prima di riuscire a recuperare la loro complessità originaria.

Cosa possiamo fare nel nostro piccolo?

Individualmente, ognuno può fare la propria parte con piccoli gesti consapevoli:

  1. Evitare di raccogliere frammenti di corallo o conchiglie come souvenir durante le vacanze.
  2. Informarsi accuratamente sulle zone consentite per l’ancoraggio delle imbarcazioni.
  3. Cambiare prospettiva sulla Posidonia spiaggiata: non deve essere considerata “sporcizia” da eliminare, ma un elemento naturale e fondamentale per la protezione e il ciclo biologico delle nostre spiagge.

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