Ha fatto tappa anche quest’anno a Fano il “Fano Ocean Action”, convegno ospitato presso la sede del Fano Marine Center sabato 1° agosto, dalle ore 9:00 alle ore 13:00.

Il Vicesindaco di Fano Loretta Manocchi ha avviato la discussione, evidenziando la gravità dell’inquinamento da plastica che colpisce ancor oggi il fiume Arzilla e la sua foce, alla quale si accumulano rifiuti, causando danni sia all’ecosistema che all’economia turistica. Ha rimarcato poi come la necessità costante di svolgere attività di sensibilizzazione rappresenti il sintomo di un deficit culturale, auspicando un percorso di educazione ambientale che prenda avvio direttamente all’interno dei contesti familiari.
L’evento, promosso da Carlo Cerrano, Presidente di FanoUnimar e docente presso la Facoltà di Biologia Marina dell’Università Politecnica delle Marche, unitamente al team di FanoUnimar, ha visto la partecipazione di alcune tra le più rilevanti realtà ambientaliste italiane (Legambiente, Sea Shepherd, Fondazione Cetacea, Marevivo, Pro Natura, Associazione Sunce, MedReact, Greenpeace). L’incontro ha offerto una vetrina ai delegati delle varie organizzazioni per illustrare i numerosi progetti in essere: dalla rimozione delle reti fantasma al soccorso delle tartarughe marine, fino al ripristino di coralli e praterie di Posidonia, oltre a campagne contro la pesca illegale e iniziative di economia circolare. È emerso così un impegno capillare capace di unire ricerca scientifica, azione diretta sul campo e coinvolgimento delle comunità locali.

Marco Ciarulli, in rappresentanza di Legambiente Marche, ha posto l’accento sulle ripercussioni dei cambiamenti climatici nel Mediterraneo, criticando la frammentazione delle politiche regionali e auspicando un nuovo registro comunicativo che renda la transizione ecologica “desiderabile”. Nel ripercorrere le varie giornate di pulizia (clean-up) promosse nel territorio marchigiano grazie al supporto dei volontari, ha lanciato un allarme sulla massiccia presenza di plastica che, trasportata dai fiumi, si deposita lungo il litorale invadendo le spiagge.

Silvia Suppini, volontaria Sea Shepherd ha illustrato le campagne d’azione diretta, sia a livello locale sia internazionale, rivolte a contrastare la pesca illegale (reti spadare, FAD), le mattanze di cetacei (Taiji, Isole Faroe) e il prelievo del krill. Ha inoltre evidenziato i traguardi raggiunti in diverse aree protette italiane (come Plemmirio e Torre Guaceto), garantiti da presidi costanti e dalla cooperazione con le forze dell’ordine.

Alice Pari, per Fondazione Cetacea, ha raccontato l’attività quotidiana di recupero e cura delle tartarughe marine, evidenziando come il bycatch, ovvero la cattura accidentale dei rettili nelle attrezzature da pesca, possa essere arginato mediante l’adozione dei dispositivi TED (Turtle Excluder Device). Tale sistema di fuoriuscita permette infatti di azzerare quasi del tutto la mortalità accidentale durante la pesca a strascico. Un’ulteriore innovazione introdotta da Fondazione Cetacea riguarda la realizzazione di una “caletta” di riabilitazione direttamente in mare, pensata per velocizzare la ripresa degli animali e anticiparne il ritorno in libertà.

Per Fondazione Marevivo, Massimiliano Falleri ha esposto i progetti di recupero delle reti fantasma portati avanti dalla divisione subacquea. A queste operazioni si affianca il ripristino delle praterie di Posidonia oceanica, fanerogama fondamentale per la salute dell’ecosistema marino. Gli interventi di restauro interessano anche Cladocora caespitosa, corallo mediterraneo la cui sopravvivenza è gravemente minacciata dal riscaldamento delle acque. Per rispondere ai problemi legati al settore peschereccio, Marevivo adotta e promuove soluzioni concrete: tra queste, la campagna per sostituire le cassette in polistirolo per il pescato con contenitori in plastica rigida, riciclabili, riutilizzabili e più resistenti, oltre alla sperimentazione della pirolisi per convertire in energia le reti dismesse.

Per Federazione Nazionale Pro Natura, Mauro Furlani ha ribadito che l’educazione ambientale costituisce il presupposto insostituibile per qualsiasi trasformazione di lungo periodo. Ha lanciato un fermo appello per il superamento dell’isolamento tra la singole associazioni ambientaliste, indicando la creazione di un fronte comune come l’unica via per incidere sulle scelte legislative (ad esempio, per la riforma della legge quadro sulle aree protette).

L’associazione ambientalista croata Sunce, attraverso l’intervento della biologa marina Dalka Zanki ha segnato il primo passo per FanoUnimar verso l’estensione dei propri confini alla sponda orientale del bacino adriatico. L’esperta ha approfondito i progetti relativi all’economia circolare e al contenimento dei rifiuti marini attuati in stretta collaborazione con i pescatori e la cittadinanza, rafforzando la prospettiva di una cooperazione transfrontaliera indispensabile per la tutela dell’Adriatico.

Noemi Pollonara, delegata del WWF Marche, ha evidenziato come le loro iniziative di citizen science coinvolgano anche Paesi quali Grecia, Tunisia e Turchia. Oltre ad aderire alle giornate di raccolta dei rifiuti, i volontari del WWF schedano su piattaforme digitali i dati relativi alla tipologia e alla quantità di spazzatura recuperata, consentendo un confronto con le altre nazioni. Inoltre, prendendo parte a progetti Life, il WWF focalizza la propria azione sulla conservazione della foca monaca e delle tartarughe marine e dei rispettivi habitat, avvalendosi di monitoraggi ambientali, mappature dei siti riproduttivi e percorsi di sensibilizzazione rivolti alle comunità locali.

Greenpeace ha presentato un progetto simbolico che ha coinvolto quattro artisti (Francesco De Grandi, Massimo Catalani, Rossella Postorino e Laura Fusco), le cui opere (dipinti, stele, racconti e poesie) sono state collocate e nascoste in vari punti dell’ambiente marino (tra le praterie di Posidonia, sotto la sabbia e in mare aperto). L’intervento ha sottolineato l’obbligo morale e politico di proteggere l’Adriatico e la necessità di gesti concreti di cura e tutela, al fine di contrastare le minacce e valorizzare l’ambiente marino.

Domitilla Senni, in rappresentanza di MedReact, ha esposto le strategie intraprese per la protezione del mare e del patrimonio ittico dall’impatto della pesca a strascico in Adriatico, bacino da cui proviene il 50% del pescato commerciale italiano. Tra i successi conseguiti ha ricordato la costituzione di una zona di Restrizione alla Pesca (FRA) nella Fossa di Pomo, che a partire dal 2017 ha determinato un rapido incremento della fauna ittica. In virtù di tali risultati, è stata accolta anche la proposta di istituire una FRA nel Canale di Otranto, dando vita alla seconda grande riserva dell’Adriatico e garantendo importanti benefici a tutto il comparto peschereccio.

A seguire, Angelica Palumbo, consulente della pesca, ha portato la prospettiva e le istanze dei pescatori, sottolineando la necessità di un dialogo equilibrato tra marineria, enti di ricerca e politica. Si è soffermata sulla controversa normativa relativa all’uso delle reti gemelle a strascico: ha ricordato che lo studio scientifico del 2009 aveva evidenziato uno sforzo di pesca superiore dal 30% al 50%, portato poi a regolamentazioni di due giorni settimanali. Ha criticato i provvedimenti del 2024 che hanno concesso l’estensione a tre giorni di pesca per le reti gemelle senza basi scientifiche aggiornate. Ha segnalato che l’esaurimento del monte-giornate prima della pausa estiva del 2026 potrebbe costringere le imbarcazioni a ritornare all’uso della rete singola o ad abbandonare l’attrezzo. Ha invitato a considerare il pescatore come un “imprenditore del mare” responsabilizzato e ha portato l’esempio dei fondi europei FEAMPA (320.000 €) impiegati per l’installazione di una boa oceanografica e per gabbie di ripopolamento delle specie marine (incluso il “mosciolo” anconetano).

In chiusura, Letizia Sturiale, neolaureata in Biologia Marina presso l’Università Politecnica delle Marche, ha condiviso i risultati del proprio lavoro di tesi svolto nell’ambito del progetto Act4Adri. L’indagine, presentata in anteprima nel corso del Fano Ocean Action 2025 e condotta tramite metodo Delphi, è tuttora in fase di completamento. Ha esposto i dati del primo round del questionario somministrato a ricercatori ed esperti del bacino adriatico: sono emerse discrepanze tra settori disciplinari, gap generazionali e un eccessivo ottimismo del management pubblico circa il controllo degli scarichi agricoli. Si registra consenso su 15 barriere critiche (politiche, economiche e di governance) e su tre pilastri prioritari estratti da 74 proposte analizzate: istituzione di Aree Marine Protette/zone no-take, gestione sostenibile della pesca e riduzione dell’inquinamento. Ha delineato gli obiettivi per il secondo round: definire la localizzazione spaziale precisa delle tutele, fissare target quantitativi di riduzione e ricomporre i dissensi scientifici.

Gli interventi dei vari relatori hanno dunque confermato un fermo intento comune sui temi centrali: la gravitàdella crisi climatica e dell’inquinamento da plastica, l’urgenza di fare rispettare le norme ambientali vigenti, il valore fondante della ricerca scientifica, dell’educazione ecologica, della citizen science e della collaborazione tra associazioni per orientare le scelte politiche.
I lavori si sono conclusi con la sottoscrizione del “Manifesto per l’Adriatico”, firmato dalle associazioni partecipanti: FanoUniMar, MedReact, Legambiente, Sea Shepherd, Marevivo, Greenpeace, Federazione Nazionale Pro Natura, Worldrise, Fondazione Cetacea, Reef Check Italia e Sunce.



